TEATRO IN ASCOLTO

Teatro in ascolto

di Francesca Mengoni
(dal n. 35 di “Lato Selvatico” editato da Giuseppe Moretti – equinozio di autunno 2009)

La prima volta che vidi uno spettacolo del Teatro Studio di Grosseto fu circa dieci anni fa, presso l’Anfiteatro di Roselle con  “Le baccanti” di Euripide. Ero abituata agli allestimenti serali presso il Teatro Romano di Gubbio, con il palco, le luci, gli attori sul palco e noi spettatori sulle gradinate, ero abituata ad attori come Dario Fo che amano recitare circondati dal pubblico, ma l’interazione con il luogo in cui mi stava trascinando il Teatro Studio era qualcosa di inedito per me. Le Baccanti incalzavano con le loro tammorre in ritmi ossessivi cercando di aprire varchi in altri stati di coscienza. Spregiudicate paladine, ingannate dagli effluvi del vino, danzavano in febbri di tarantola emanando una forza scura ardente di vita. I loro canti si espandevano tumultuosi nel luogo privo di palco e privo di luci, c’era soltanto il sole asciutto al tramonto con i suoi estesi riflessi. I pochi oggetti essenziali all’allestimento si stagliavano insieme alle vecchie pietre, le ombre erano quelle del sopraggiungere della sera. Un angolo, una roccia, un albero vivevano la loro storia insieme alla storia, proprio come accade nelle favole o, più semplicemente, nella quotidiana magia della vita.
Insomma, fu una bellissima esperienza.
teatro studioRecentemente ho accettato di sostenere attivamente le loro iniziative e mi sono chiesta in che modo questa esperienza avesse a che vedere con il mio “percorso bioregionalista”. Quando lessi la presentazione della loro rassegna “Il Fascino delle Rovine”, che si rinnova ormai da quindici anni, ne compresi il nesso, queste le parole di Mario Fraschetti direttore artistico del Teatro Studio: “Le rappresentazioni assorbono il fascino dello spazio in cui si svolgono e lo restituiscono amplificato allo spettatore, dando suono alle tracce lasciate dai carri, in una sospensione temporale dove passato e futuro si esprimono nell’unica vera categoria: un infinito presente. Ma i «santuari» archeologici e naturali – aggiunge Fraschetti – devono essere usati con grande sensibilità e rispetto e per questo non tutte le performance artistiche possono essere ospitate: solo interventi direttamente ispirati da questi luoghi possono dare un senso di continuità e di vita alle pietre.”
La pratica bioregionalista, basata sull’autosufficienza, che riporta la propria economia nell’equilibrio del proprio luogo, che rende espliciti e consapevoli i passaggi per cui ci procuriamo cibo, energia, calore, trasporti e vestiti e ci libera dalle responsabilità dello sfruttamento insensato di metalli, piante, animali e persone in posti e attraverso modi a noi sconosciuti, ha bisogno di varie fonti di ispirazione.
Il 10 luglio 2009, l’amministrazione comunale di Roccastrada (GR), ha promosso la realizzazione dello spettacolo “Frammenti” del Teatro Studio presso i ruderi di Sassoforte in loc. Sassofortino, ho dunque intrapreso il viaggio per assistere allo spettacolo. Dopo una tortuosa strada asfaltata, ho chiesto informazioni ad alcuni abitanti che mi hanno risposto in modo scoraggiante, sicuramente non informati dell’evento imminente: “Sassoforte!? e dove vuole arrivare? Ma è lontano! Stia attenta a non perdersi.” Lasciato l’asfalto ho percorso in auto un altro tratto di sterrato a ridosso di un’aspra collina, per fortuna non mi sono persa, ho invece trovato un gruppo di persone impegnate nella mia stessa ricerca. Parcheggiata l’auto ho proseguito a piedi  – qualcuno ha approfittato di un passaggio in jeep – per una ripida stradina che si apriva in un bosco fitto, ombroso di castagni maestosi, pietre e felci. Impossibile non soffermarsi ad ammirarne la bellezza, ascoltarne i fruscii.
Giunta al termine della via percorribile in jeep, si addensava un folto gruppo di persone che lentamente andava ad aumentare. Rimaneva uno stretto sentiero e quando abbiamo udito i canti e le musiche ci siamo incamminati insieme. Non potevo credere che fosse presente, in un luogo tanto isolato e disperso, un tale numero di persone e tanto eterogeneo in età e provenienza sociale. Ci siamo seduti su pietre coperte di muschio per assistere al primo quadro “Gente in cammino” che attinge a Erodoto ed alla iconografia etrusca. “LA TERRA PRIMA DI TUTTO” ha esordito lo spettacolo e da lì è iniziato un viaggio nello spazio e nel tempo. Massi enormi ci osservavano con severità. Noi abbiamo camminato sentendo lo scricchiolare dei rami secchi sotto i nostri piedi, incontrando i resti dell’antico castello, gli alberi e le voci della foresta e della storia. Un paesaggio incantato dalle infinite pieghe dimensionali, un respiro denso di sacralità ci hanno condotto fino alla conclusione: “Il monte è incolto. Queste alture sono tutte così: basta un nonnulla e la campagna diventa la stessa di quando queste cose accadevano. Basta un colle, una vetta, una costa, e l’incredibile spicco delle cose nell’aria tocca il cuore. Questi luoghi hanno nomi per sempre. Non rimane che l’erba sotto al cielo. Eppure, l’alito del vento dà al ricordo più fragore di una bufera dentro al bosco. Non c’è vuoto né attesa. Quel che è stato è per sempre.”
Non mi soffermo sulla bravura di singoli attori ed attrici che ci hanno condotto nel viaggio con temerarietà e tenerezza, loro si sono espressi in un insieme corale esaltando le doti di ognuno, interagendo insieme agli altri protagonisti: le pietre, le piante, le ombre, i lampi di cielo, il danzare del vento, la luce che filtrava tra le fronde.
Al ritorno, le lucciole.

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