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I compiti e il ruolo dell’”animatore” o dell’esperto
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Creatività e spontaneismo
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Osservazioni sul campo
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Pari valenza dell'intuizione rispetto alla nozione
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Senza la preoccupazione di un giudizio
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Dalla parte degli spettatori
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Breve compendio su posizioni teoriche ed esperienze legate al
teatro nella scuola media inferiore e superiore
Quale è la ragione di fare teatro fra i banchi di scuola e in
generale in situazioni formative ed educative per i giovani e
i giovanissimi? Il teatro appartiene al mondo della fantasia,
sgorga dalla esigenza innata di esprimersi e comunicare, nasce
dal gioco, per il gioco, nel gioco, solo questo basterebbe forse
a giustificarne l’utilizzo nelle scuole e al tempo stesso dimostrare
quali sono le potenzialità formative ed educative del teatro.
Innanzitutto il teatro deve essere visto come mezzo per dare una
dimensione concreta al mondo fantastico e quindi vissuto come
strumento di creazione ed espansione dell’immaginazione e degli
orizzonti mentali del bambino, ma sarebbe più giusto dire dell’individuo
e, in definitiva come quello strumento grazie al quale ognuno
può prendere atto della propria capacità di immaginare, vedere,
volere, realizzare, come sul palcoscenico, così nella vita. Ma
non è solo questo a farne un grande strumento educativo di crescita,
conoscenza di sé e socializzazione. Non parliamo qui certo della
recita prefabbricata di Natale o di fine d'anno - cui anche la
scuola del passato faceva ricorso - o al teatro che si rifà ai
modelli del teatro degli adulti cercando per quanto possibile
di adeguarvisi. Pur riconoscendo a queste attività un innegabile
valore educativo non possiamo certo considerarle le più adatte
ad un contesto scolastico. La presenza di un testo predeterminato
rende logicamente più agevole un percorso drammaturgico, ma è
evidente che più spazio sarà lasciato alla creatività ed all'intuito
del bambino tanto più otterremo un risultato vivo e legato alla
sua realtà. Messo in chiaro questo punto, possiamo comunque sottolineare
certi punti essenziali del “fare teatro” così come normalmente
lo intendiamo. Il teatro mette costantemente in discussione "l'attore",
ponendolo al centro dell'attenzione, costringendolo a cambiare,
costruire e poi dimenticare personaggi e conferendogli ruoli diversi
se non addirittura opposti a quelli assunti nella vita di ogni
giorno. Questo chiarisce come mai “fare teatro”, tende ad indebolire
eventuali rigidità psicofisiche, allargare orizzonti, rendere
elastiche le menti e di conseguenza trasformi certe tendenze,
quali l’eccesso di giudizio verso se stessi e gli altri, atteggiamenti
di insicurezza e chiusura, e via dicendo. Fra l’altro non dimentichiamo
che “fare teatro”(jouer, spielen, play) significa di fatto “giocare”
e che attraverso il gioco dal bambino possiamo ottenere il massimo
della spontaneità, della serietà e dell’impegno oltre che della
catarsi. Esiste fra l’altro un ulteriore aspetto che rende il
teatro “strumento utile e naturale”: l’”esibizione” il bambino
è egocentrico e il teatro può appagarlo, ma al tempo stesso spingerlo
al superamento, perché il “proprio momento”, non dura per sempre
e viene il turno di un altro e si lavora per l’altro anche in
secondo piano o nell’ombra, perché c’è un lavoro che è di tutti
e deve riuscire - come nel gioco, nella drammatizzazione, l’insorgere
delle regole che ne permettono l'uso come manifestazione corale
ne fanno infatti un momento essenziale del processo di socializzazione.
Anche l’adolescente, pur ponendo molte più resistenze continua
ad essere fondamentalmente attratto da questi due elementi, il
gioco e l’esibizione; il primo non è ancora dimenticato, il secondo,
presente in altre forme, consente di mostrarsi per quello che
si vorrebbe essere o superare resistenze, qualora la tendenza
sia quella opposta, ossia chiudersi. Infine ricordiamo che vivere
tanti personaggi può significare dare voce alle nostre molteplici
maschere interne e questo permette sovente di appianare contraddizioni
esistenti, assolvendo ad una funzione di riconoscimento e di riequilibro
della nostra complessa personalità. L’animazione teatrale, deve
però innanzitutto essere pensata come ad un progetto di attività
articolato in tutto il periodo di formazione; ad una pratica che
permette di sviluppare creatività, senso critico, socialità, che
permette di ampliare e modificare il proprio orizzonte; ad una
attività che prima ancora che dalla rappresentazione passi da
un'esperienza verbale, corporea, gestuale e creativa, dove ogni
sperimentazione espressiva e comunicativa sia possibile. E’ questo
che intendiamo con “animazione teatrale” o “attività teatrale”
nelle scuole. Attività teatrale quindi, come laboratorio, come
momento di sperimentazione di tecniche e strumenti, che vanno
dal corpo alla voce, al disegno, al rady made, in cui lo spettatore
esterno non esiste come non esiste la necessità di un risultato
immediato. Questo non deve significare l'esclusione a priori di
uno spettacolo aperto, di una dimostrazione finale di lavoro,
sia per offrire al bambino una occasione ulteriore di esperienza
attraverso l'impatto con un pubblico, sia per non cadere nella
concezione di gruppo chiuso al mondo esterno, sia per stimolare
il gruppo un momento di riflessione sul lavoro prodotto durante
l’attività, purché l’eventuale produzione finale sgorghi in modo
naturale e assuma il taglio e le caratteristiche che più si addicono
ad un determinato gruppo: il teatro forum, il teatro gestuale,
il teatro tradizionale, una mostra di installazioni, una mostra
di disegni ed altro ancora.
Questo “teatro”, disciplina in grado di stimolare l'individuo
a 360 gradi, che include al suo interno arti visuali, musica,
conoscenza della lingua, manualità e molte altre discipline o
possibilità espressive e creative, può essere un supporto alla
didattica o metterla in discussione, e forse proprio per questo
la drammatizzazione, anche se praticata e teorizzata, non ha ancora
trovato una sua collocazione "onorevole" all'interno della scuola.
Perché farne ancora una questione di merito? Il teatro è un mezzo
“infinito” e soprattutto trasversale se lo si coglie nei suoi
molteplici aspetti e se si comprende in quali e quanti modi si
possa applicare e vivere: il teatro, può diventare un modo "economico"
e naturale, visto il suo comprovato carattere terapeutico e catartico,
per risolvere conflitti, un metodo di sviluppo delle capacità
immaginative, simboliche, comunicative e di apprendimento, un’occasione
per superare schemi comportamentali, divenire estroversi, acquisire
sicurezza e fiducia nelle proprie capacità, comprendere il valore
della diversità in risposta a modelli che tendono tutti all’omologazione.
Può questo cozzare con qualche altra disciplina? Possono altre
discipline offrire questo all’individuo? Ma andiamo avanti con
la nostra trattazione e riprendiamo il discorso su quale sia o
quali siano i modi di sperimentare il teatro. Tutto quanto abbiamo
appena detto, non si ottiene solo mettendo in scena un testo,
ma anche e soprattutto, lavorando sulla base del training attoriale
e sull’espressività in generale: ripetiamo, lo spettacolo è anch’esso
da considerarsi come mezzo e non come il fine di un’attività teatrale-espressiva
all’interno delle istituzioni scolastiche. Fare teatro significa
allora, prima di tutto sperimentare alcune tecniche, attinte in
parte dall’allenamento dell’attore, fra l’altro tutte impostate
o impostabili in termini di “gioco”, al fine di sciogliere blocchi
fisici e psicologici e superare la gabbia delle maschere comportamentali,
acquisendo nuovi linguaggi espressivi, nuovi modi, nuove possibilità
e scoprire quanto in realtà ognuno di noi sia creativo e soprattutto
per emergere per quello che siamo e con quello che abbiamo. Se
lasciamo per un momento da parte la rappresentazione e pensiamo
a quanti modi, generi e di conseguenza a quanti esercizi possiamo
attingere se ci rivolgiamo a quella che è la preparazione dell’attore
ci si schiude un mondo: il mimo, un universo fatto di gesti che
portano al controllo del corpo e al fiorire senza limiti dell’immaginazione
e della “possibilità” di creare; il teatro corporeo che fa dei
nostri movimenti e delle nostre immobilità, anche le più quotidiane
o sgraziate immagini teatrali; l’improvvisazione da cui nasce
la confidenza col “vuoto” e l’”indefinito” che porta alla capacità
di risolvere, accogliere, prendere e cambiare, sbagliare e reinventare.
Ci troviamo di fronte uno spazio tanto ricco e variegato da rendere
lo spettacolo come il più riduttivo degli strumenti.
· I compiti e il ruolo dell’”animatore” o dell’esperto
L'animazione drammatica, pur essendo gioco, richiede anche disciplina,
attenzione, collaborazione, responsabilizzazione. L'animatore
dovrà proporre le attività nel modo più accattivante, ricordando
costantemente il contesto in cui sta operando e le finalità che
l’attività si pone, per evitare il "gioco forzato" ed indirizzarsi
invece verso il "lavoro gioco". L’obbiettivo non può limitarsi
certo a dare al bambino i principi di un estetica teatrale nei
confronti di un prodotto già codificato, ma deve far vivere dall'interno
l'atto creativo. L’animatore teatrale deve quindi rendere possibile
questo "viaggio" facendo superare i blocchi psicologici, colmando
le lacune esperienziali, facendo prendere coscienza delle possibilità
espressive del corpo e della voce, stimolando ed ordinando le
capacità globali dell'individuo ad esprimersi e in questo senso
attingerà a molte tecniche, non solo quelle strettamente teatrali..
L'animatore, non solo teatrale, deve instaurare un processo dialettico
strettamente legato alle persone, allo spazio ed al tempo e rifiutare
di caricarsi di modelli provenienti da altre realtà, mai pensare
a modelli esemplari; occorre sempre superarsi. Occorre seguire
un percorso che mira prima alla presa di coscienza del proprio
corpo e dell'ambiente e quindi del rapporto con gli altri. Il
lavoro deve partire dal presupposto che all’interno di ogni individuo,
più o meno sedimentate esistono forti capacità espressive. Per
alcune arti è necessario farle emergere mediante "sovrapposizione
di nozioni tecniche” (suono il violino dopo aver appreso a produrre
suono con quello strumento), ma ciò non vale, fortunatamente,
per l’espressività del corpo e della voce, perché appartengono
alla comunicazione umana. Quindi, ancor prima di fornire informazioni,
cominciamo a renderci conto del materiale esistente ed affiorante
e soprattutto facciamo in modo che se ne rendano conto i ragazzi.
Ognuno di noi comunica, anche in modo involontario, attraverso
il proprio corpo e la propria voce, amplificatori differenti della
mente, che a sua volta è da essi condizionata. Sia per il corpo
che per la voce, procediamo di norma verso una restrizione delle
gamme espressive, che se riprodotte in un grafico porterebbero
ad una linea appena ondulata con episodiche impennate. Il lavoro
che possiamo fare prima di tutto, è quindi quello di riappropriarci
di queste possibilità Il primo passo è dare fiducia nei mezzi
espressivi e all'interno della dimensione collettiva, valorizzare
la dimensione individuale. Tanto più la dinamica del gruppo
è positiva tanto più il singolo individuo sarà facilitato e potrà
compensare situazioni repressive ed uniformanti che possono essere
vissute all'interno della famiglia, della scuola o dello stesso
gruppo sociale. Bisogna che il bambino o l’adolescente, progressivamente,
prendano coscienza della possibilità di produrre cultura e non
solamente di plasmarsi all'interno di contenitori culturali. Le
tecniche di drammatizzazione forniscono all'individuo strumenti
di crescita personale, tanto più importanti se si pensa alle pressioni
costanti cui i ragazzi sono esposti dai mass-media e dalla società.
E' evidente quindi l'urgenza di attrezzarli di capacità critiche
e selettive, e sviluppare l'abitudine verso una osservazione meditata
e riflessa. La realtà concreta e "manuale" del teatro restituisce
un contatto reale con luoghi, persone e cose, che oggi è molto
facile da perdere e questo complesso gioco può portare i ragazzi
a riflettere il mondo che li circonda facendone sempre più degli
individui consapevoli. E’ evidente che l’ attività di animazione
teatrale per le competenze richieste non può essere delegata all'insegnante
e che per poter svolgere un ruolo di supporto e rinnovamento e
non essere confinato nel quadro di esperienza saltuaria, l’attività
dovrà svolgersi in concerto fra insegnante ed esperto di didattica
teatrale. Fra l’altro, cosa importantissima, l'animatore, in rapporto
all'insegnante, può stabilire con i ragazzi un modello di comunicazione
maggiormente simmetrico, cioè più paritario, sfruttando le sue
conoscenze e non la sua autorità per stabilire il rapporto allievo-maestro
ed essendo libero di mostrarsi totalmente senza mettere a rischio
il ruolo (anche se questo punto, se pur reale, è in realtà molto
relativo!). Questa diversità faciliterà in molti casi il libero
esprimersi del ragazzo. Le stesse attività possono essere rivolte
agli insegnanti e proposte loro come percorso personale di crescita,
ancor prima che come acquisizione di tecniche da applicare con
i bambini. Anche l’adulto, anzi, soprattutto l’adulto, deve indirizzarsi
verso un recupero della propria creatività, liberandosi da inibizioni,
sovrastrutture e stereotipi onde essere in grado di rapportarsi
e comunicare con i ragazzi in modo più autentico. Per chiedere
al bambino o al ragazzo di spogliarsi delle proprie resistenze
e recuperare la spontaneità, bisogna essere in grado di farlo
per primi, occorre allora mettere l’insegnante nella condizione
di poter comunicare il suo interesse e la sua fiducia nelle capacità
espressive del ragazzo e mostrandosi lui per primo e questo non
è pensabile in tempi brevi. Ma anche se nessun reale cambiamento
può verificarsi in questo senso nell’ambito di poche ore destinate
all’aggiornamento - come del resto accade per gli stessi bambini
se limitiamo l’attività ad un mese o a un anno solamente – è comunque
auspicabile che l’insegnante approcci direttamente le tecniche
che i bambini andranno a sperimentare. In ogni caso, anche se
il percorso portasse frutti, può veramente l’insegnante sostituire
l’animatore? NO, perché il suo linguaggio rischierebbe comunque
di essere più ristretto, non essendo comunque il teatro il suo
mestiere. No perchè continuerebbe ad essere l’insegnante e non
l’animatore, mantenendo inalterate le dinamiche del rapporto e
facendo quindi venir meno questo importante aspetto – l’esperto
è più vicino e simile al ragazzo, l’esperto rappresenta la scuola
che si apre al mondo esterno. C’è infine poi da chiedersi, perché
non tutti possano insegnare l’inglese e invece tutti possano cimentarsi
nell’insegnare il teatro e se ciò sia giusto nei confronti della
disciplina e nei confronti dell’insegnante stesso.
· Creatività e spontaneismo
Creatività non è sinonimo di spontaneismo, il quale può e deve
essere solo un passaggio disinibente verso una serie di possibilità
strutturate. Occorre cioè dare una "forma concreta" al gioco fantastico,
se vogliamo che esso poi possa anche divenire comunicazione, non
solamente compiacimento e liberazione personale, e perché il ricordo
del "momento positivo" possa rimanere più a lungo nella memoria.
E altrettanto dicasi della casualità, metodologia che può permettere
di ampliare i propri schemi espressivi, ma solo quando si ordina
ciò che casualmente scaturisce.
· Osservazioni sul campo
Già nella scuola elementare si incontrano soggetti fortemente
inibiti o che non sanno sfruttare al meglio le loro possibilità
psicomotorie o che hanno blocchi a livello creativo. La scuola
sembra rimuovere totalmente la dimensione espressiva del corpo,
alla cui attenzione sono riservate esclusivamente le poche ore
di ginnastica e la ricreazione, alimentando il dualismo mente-corpo.
Ciò avviene in quanto in realtà questo dualismo è proprio della
nostra società, che va dalla esibizione di modelli estetici mercificati,
corpo involucro, alla negazione e repressione del corpo stesso.
Sfruttare nel linguaggio teatrale tutta la possibilità espressiva,
fisico -gestuale, verbale, mimica, aiuta a riappropriarsi di una
unità in cui tutti i fenomeni spirituali trovano la loro incarnazione
in una realtà fisica. Un bambino avendo ancora meno sovrastrutture
di un adulto, essendo ancora naturalmente disposto all'espressione
corporea, come dimostra nel gioco ed altre attività libere, può
più facilmente recuperare questa unitarietà. Ad una società sempre
più invasa dai mass-media con il loro traffico caotico e incontrollato
di stimoli e informazione standardizzate, cerchiamo di contrapporre
un modello comunicativo immediato, autentico, interattivo, come
può essere il teatro.
· Pari valenza dell'intuizione rispetto alla nozione
Complementarità delle forme artistiche, esperienze con ritmo,
musica, colore, arti visuali. Rompere i fragili confini che separano
varie arti, lavorare sull’intuito, abbandonare ogni preoccupazione
di giudizio, usare in combinazione l’espressività del corpo, le
arti visuali, le esperienze sul suono ed il ritmo, legare manualità
ed arte, materia e creatività. Questo percorso può ampliare enormemente
il panorama individuale e, attraverso una abilità “portante”,
permette di aprire nuove prospettive in altri settori. Ciò
dovrebbe far riflettere il mondo della scuola. Chiediamoci
perché già molto precocemente insorgano blocchi espressivi (non
so disegnare suonare o cantare) che ben raramente saranno superati..
· Senza la preoccupazione di un
giudizio
Creare una situazione in cui l'insegnante, rinunciando completamene
al ruolo autoritario, conservi un ruolo di guida tecnica, di facilitatore
del momento espressivo, tenendo presente che l'allievo apprende
meglio ciò che sperimenta da solo. Dato che ogni soggetto è più
sensibile e ricettivo ad un certo stimolo, è chiaro che in questi
momenti integrati, in cui si possono dare sollecitazioni di carattere
differente avendo così la possibilità di toccare più corde, permettono
di acquisire nuove abilità e fiducia nelle proprie capacità. I
risultati ottenuti avranno ricadute positive che vanno molto al
di là della disciplina in cui si sono verificati. L'acquisizione
di sicurezza nell’esprimersi senza essere giudicato, stimola la
creatività generale, rimuove i blocchi, cambia l'ottica di visione
di tutte le cose.
· Dalla parte degli spettatori
Passiamo ora a considerare il caso in cui si voglia portare il
teatro come spettacolo, in quanto attori e non animatori o trainer
o esperti di didattica teatrale, ed avere quindi dei bambini come
“spettatori passivi” e vediamo quale tipo di intervento riteniamo
più idoneo. Intanto, quando ciò sia possibile, può risultare interessante
trasformare la scuola in teatro, anche se questo non esclude l’andare
a teatro, proprio come luogo fisico; già queste due possibilità
caratterizzano l’evento connotandolo di valenze esperienziali
differenti e ambedue interessanti e valide. Comunque sia, il principio
ispiratore dei nostri spettacoli o performances per bambini, rimane
quello di privilegiare al massimo il ruolo dello spettatore, già
di per sé ben più centrale nel teatro rispetto ad altre forme
di comunicazione artistica. Decade quindi di fatto, almeno in
parte, l’idea della passività dello spettatore. La storia che
si andrà a rappresentare, dovrà quindi contenere dei momenti in
cui il pubblico possa entrare fisicamente e a parole nell’azione,
eventualmente anche modificandola in parte. Il numero di spettatori
dovrà essere limitato, affinché sia possibile un vero coinvolgimento.
Un’altra possibilità è quella di costruire percorsi visivi, olfattivi,
tattili, dare vita a suggestioni e immagini oniriche o realistiche
e rimanere aperti all’interazione, questa volta non necessaria,
ma lasciata alla curiosità del bambino. Il pubblico sarà fisicamente
dentro la scena (se possibile individualmente) e sceglierà se
interagire o guardare. Questi sono solo due esempi, ma contengono
elementi, ingredienti base per un teatro che sia per e con
i bambini, al fine di rispettare il concetto di base di interattività,
libertà, giocosità.
· Breve compendio su posizioni teoriche
ed esperienze legate al teatro nella scuola media inferiore e
superiore
Fin qui la trattazione ha privilegiato un’attività teatrale
rivolta ai più piccoli, ma in realtà, tutto ciò che è stato detto
in relazione al lavoro di allenamento e sperimentazione espressiva,
non cambia minimamente se ci rivolgiamo a ragazzi e anche a gruppi
di adulti. Le problematiche di base restano le stesse, così i
blocchi psicofisici da sciogliere, anche se si potrà ovviamente
entrare più nello specifico con le tecniche e mettere in scena
un testo prenderà una valenza ben più significativa, non cambiano
gli assunti di fondo. Con i ragazzi della scuola media inferiore,
si è mostrato particolarmente produttivo e stimolante lavorare,
ad un certo punto del percorso, con le tecniche del Teatro dell’Oppresso,
particolarmente utili per la trattazione di problematiche sociali
ed individuali *(vedi il capitolo a parte sul TdO), che ben assecondano
la “problematicità” che caratterizza questa fascia di età. Ma,
fermo restando il lavoro di allenamento psicofisico, che ripetiamo,
resta il centro e il senso primario dell’attività dal punto di
vista degli obbiettivi e dei risultati (socializzazione, fiducia
nelle proprie capacità, estroversione), è possibile e produttivo
arrivare a dimostrazioni finali siano esse forum o rappresentazioni
vere e proprie. In quest’ultimo caso, riteniamo però sia opportuno
rimanere nell’ambito del teatro allegorico e didattico; primo
per contrapporsi ai modelli televisivi imperanti, secondo per
non cadere in ridicole caricature, inevitabili ad esempio, qualora
si pretenda di vedere un adolescente nei panni di un Romeo. Non
è escluso che si possano fare trascrizione e riadattamenti ad
hoc di molti testi classici, anche se non è facile produrne di
veramente interessanti. Testi che offrano la possibilità di lavorare
su caricature, volute ovviamente, personaggi ai limiti della fantasia,
con atmosfere surreali, ci sembrano particolarmente adatti e questi
possono andare da Brecht, alla Commedia dell’Arte che magari può
non offrire spunti didattici immediatamente visibili, ma permette
di lavorare con personaggi tipo, con simboli, con psicologie estreme
e questo è interessante per gli operatori quanto divertente per
i ragazzi. Con questo potremmo aprire un altro capitolo, perché
la maschera, intesa come personaggio, offre al ragazzo di esporsi
con più facilità perché già possiede un carattere, una gestualità
ed una forza tutta sua che preservano dall’esporsi “in prima persona”,
e allo stesso tempo però, richiede partecipazione in termini di
energia, presenza, superamento di blocchi e resistenze. In verità
molto può essere fatto, ma sempre tenendo presente che i ragazzi
hanno una dignità che in nessun modo deve essere messa in ridicolo,
neanche se a vederli saranno solo i genitori. Per i più grandi
possiamo spingerci un po’ oltre, ma anche qui, mai proporre testi
e ruoli che non siano compatibili con il loro livello tecnico,
spesso bassissimo, perché comunque resta il fatto che il percorso
privilegia la scoperta di sé, il decondizionamento, il lavoro
inteso in termini di crescita umana e non artistica. Sempre il
testo o i personaggi, quello che vogliamo rappresentare dovrà
essere adattato affinché non strida troppo qualche inflessione
dialettale, ad esempio, o qualche cantilena recitante che ci portiamo
dalla scuola materna! In definitiva occorre un bravo regista,
soprattutto a questi livelli occorre un bravo regista, che sia
anche un bravo trainer e pedagogo e che rispetti profondamente
i ragazzi, sapendo vedere al di là dell’ostentata apparenza. Se
si rispettano i giovani, sapremo capire come adattare un testo
senza far torto a nessuno, né a loro, né al teatro, né al buon
gusto.
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