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GIOVANNONA E BRICIOLINO

FIABA DI ANIMAZIONE PER BAMBINI

Un Re aveva una unica figlia, la principessa Giovanna (…) Giovanna   si annoiava a non far niente, ma si interessava in modo spropositato al cibo; era estremamente golosa, non c’era un cibo che potesse stancarla, si trattasse di cibi rari o di cibi molto normali.(…) La principessa si chiamava Giovanna, ma tutti la chiamavano Giovannona in quanto a causa del tanto cibo era cresciuta a dismisura.   Era alta circa due metri e pesava quasi cinquecento chili…….”

 

     Il rapporto con il cibo, le stagioni, il senso di giustizia, l’uguaglianza, il rispetto… questi alcuni dei temi della divertente fiaba che propone il Teatro Studio.

     Una fiaba nella quale i bambini, coinvolti dagli attori del Teatro Studio, divengono veri protagonisti, suggerendo differenti svolgimenti della storia, improvvisando vari personaggi e discutendo insieme sui temi proposti.

     A conclusione dello spettacolo i bambini potranno rappresentare con dei disegni i personaggi o i momenti della storia che li hanno colpiti.

    La novella, inserita nel progetto “…Dai racconta…” potrà essere rappresentata nei locali della scuola senza alcuna necessità tecnica.

fiaba animazione teatrale per bambini

I draghi e le nuvole

FIABA DI ANIMAZIONE PER BAMBINI

Alcune volte guardando le nuvole
ci sembra di vedere draghi…
ma a volte sono i draghi

che somigliano alle nuvole…”


I draghi-nuvola, rappresentazione delle divinità dell’acqua nella mitologia cinese, diventano, in questa narrazione, metafora di una storia sul rispetto della natura.

La fiaba prende spunto dalla problematica ecologica dell’inquinamento e, in un incalzare di colpi di scena, filastrocche e momenti di interazione con il pubblico, denuncia certi cattivi comportamenti e “narra le gesta” di bambini coraggiosi che, attraverso un viaggio irto di ostacoli, sapranno riportare l’equilibrio tra l’uomo e la natura.

Interpreti: Daniela Marretti, Enrica Pistolesi, Luca Pierini
Regia di Mario Fraschetti
Nessuna esigenza tecnica

fiaba animazione per bambini

 

 

 

 

 

 

 

SPETTACOLO ALLA CHIESA DEI BIGI LE MASCHERE SONO STATE REALIZZATE DALLE MAESTRE DELLA SCUOLA MATERNA COMUNALE CONSANI DI ORBETELLO

Maremma, il passato si fa presente

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MAREMMA, IL PASSATO SI FA PRESENTE 

Promuovere e far conoscere la tradizione popolare di Grosseto e provincia:

questo l’obiettivo del progetto

“Maremma, il passato si fa presente”

organizzato dall’Associazione Cittadinanzattiva in collaborazione con il Forum del Volontariato e del Terzo Settore, la Provincia di Grosseto, il Comune di Roccastrada, la Pro Loco di Roselle ed il Teatro Studio

 

Sulla scia del successo dello spettacolo “A veglia con Morbello” del 23 gennaio 2009 a Roselle, l’ASSOCIAZIONE CITTADINANZATTIVA ha proposto un progetto che si avvarrà del contributo del FORUM DEL VOLONTARIATO E DEL TERZO SETTORE oltre che di quello dell”AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE DI GROSSETO, del Comune di Roccastrada, la Pro Loco di Roselle ed il teatro Studio di Grosseto

Il progetto “Maremma, il passato si fa presente”  ha come scopo quello di promuovere e far conoscere la tradizione popolare di Grosseto e provincia. La cultura contadina rappresenta infatti sia la nostra memoria più lontana che il nostro passato più recente. Attraverso di essa si intende far riscoprire il piacere di interagire con altre persone grazie al gusto semplice dello scherzare con il prossimo, del bere un bicchiere di vino in compagnia, dello scambiare le proprie esperienze di vita scoprendo la parte comica della quotidianità. Un modo per recuperare quel sarcasmo tipico toscano, che permette di dare la giusta dimensione a chiunque e a qualunque cosa accada, mantenendo intatto un lucido senso critico.

Il progetto si articola in diversi punti:

  • due serate,  il 10 aprile alle ore 20.30 presso il Centro Anziani “I Saggi” di Gorarella ed il 21 maggio alle ore 21.00 presso la Tenso Struttura di Ribolla (zona impianti sportivi), che avranno proprio il carattere di una Veglia e che seguiranno un preciso copione all’interno del quale gli artisti del Teatro Studio, del Coro degli Etruschi, del Coro I Rosolacci insieme a Mauro Chechi e Luciana Tosti Pollini in arte Argìa, si alterneranno tra aneddoti e racconti tratti dai lavori di Morbello Vergari, canzoni della Maremma e ottave improvvisate. La struttura della performance è concepita a schema aperto, così che ogni intervento spontaneo del pubblico, possa essere integrato. Al termine sarà lasciato spazio all’incontro informale, al gioco ed alla veglia vera e propria.
  • un concerto del Coro degli Etruschi alla Sala Cinema di Alberese il 15 maggio alle ore 21.00, sui canti della tradizione popolare della Maremma;
  • due conferenze sull’ottava rima presso la Scuola Elementare “R. Fucini” di Grosseto e presso la Scuola Media di Porto Santo Stefano, curate dal noto autore letterario e musicale Mauro Chechi. A questa iniziativa sono collegate due borse di studio che saranno assegnate nelle scuole di riferimento;
  • lo spettacolo del Teatro Studio “San Guglielmo di Mala Valle” attraverso la tecnica del Teatro di Cantastorie, presso la Scuola Media “Vico Alighieri” di Grosseto e la  Scuola Media “Federigo Tozzi” di Paganico. Il cantastorie è una figura tradizionale della letteratura orale e della memoria locale, che si spostava nelle piazze e raccontava attraverso il canto una storia, sia antica, sia riferita a fatti e avvenimenti contemporanei che entravano a far parte del bagaglio culturale collettivo di una comunità. L’opera “San Guglielmo di Mala Valle” narra la vicenda di un santo che ha abitato la nostra terra e la nostra memoria, in un intreccio suggestivo di ambientazioni ed emozioni, che sanno di storia, umanità e santità, proposte proprio attraverso la tecnica del Teatro dei cantastorie.

 

LI SPOSI DI SAN BISOGNINO di Morbello Vergari

 

morbello vergari teatro popolare maremma

TEATRO COMUNALE DI CINIGIANO

sabato 13 marzo 2010 – ore 21.00

LI SPOSI DI SAN BISOGNINO

Un acquerello di vita contadina appena tramontata, ma non scomparsa: viva
negli echi dei modi di dire, nei ricordi della gente e nelle maschere genuine
di chi queste figure, questi momenti, ha voluto immortalare e tramandare.
Tali sono le opere scritte da Morbello e il lavoroeatrale di Argia.

Una commedia semplice ed esilarante, dove tempi ed  improvvisazione,
all’interno di un lavoro ben pensato e squisitamente teatrale,
di ritmo ed improvvisazione, pulsano al ritmo di una recitazione
piacevolmente in bilico tra tecnica e spontaneità.
La Commedia che Morbello scrisse pensando alla sua amica Luciana Pollini – in arte Argia, è stata riaddattata e rappresenta per la prima volta dal Teatro Studio di Grosseto, a fianco di Argia, e con la collaborazione alle ricerche e alla produzione della Pro Loco di Roselle (Gr), nell’estate 2010 al Castello di Porrona. Successivamente replicata  in tutti i principali paesi della Provincia di Grosseto, ha concluso il suo primo periodo di rappresentazioni al Teatro degli Industri di Grosseto.

Interpreti
Argìa – Luciana Tosti Pollini
Enrica Pistolesi
Mirio Tozzini
Michela Pii
Luca Pierini
Francesco Scaia
Esecuzioni musicali
Francesco Melani

Regia: Mario Fraschetti     

morbello vergari teatro

 

TEATRO IN ASCOLTO

Teatro in ascolto

di Francesca Mengoni
(dal n. 35 di “Lato Selvatico” editato da Giuseppe Moretti – equinozio di autunno 2009)

La prima volta che vidi uno spettacolo del Teatro Studio di Grosseto fu circa dieci anni fa, presso l’Anfiteatro di Roselle con  “Le baccanti” di Euripide. Ero abituata agli allestimenti serali presso il Teatro Romano di Gubbio, con il palco, le luci, gli attori sul palco e noi spettatori sulle gradinate, ero abituata ad attori come Dario Fo che amano recitare circondati dal pubblico, ma l’interazione con il luogo in cui mi stava trascinando il Teatro Studio era qualcosa di inedito per me. Le Baccanti incalzavano con le loro tammorre in ritmi ossessivi cercando di aprire varchi in altri stati di coscienza. Spregiudicate paladine, ingannate dagli effluvi del vino, danzavano in febbri di tarantola emanando una forza scura ardente di vita. I loro canti si espandevano tumultuosi nel luogo privo di palco e privo di luci, c’era soltanto il sole asciutto al tramonto con i suoi estesi riflessi. I pochi oggetti essenziali all’allestimento si stagliavano insieme alle vecchie pietre, le ombre erano quelle del sopraggiungere della sera. Un angolo, una roccia, un albero vivevano la loro storia insieme alla storia, proprio come accade nelle favole o, più semplicemente, nella quotidiana magia della vita.
Insomma, fu una bellissima esperienza.
teatro studioRecentemente ho accettato di sostenere attivamente le loro iniziative e mi sono chiesta in che modo questa esperienza avesse a che vedere con il mio “percorso bioregionalista”. Quando lessi la presentazione della loro rassegna “Il Fascino delle Rovine”, che si rinnova ormai da quindici anni, ne compresi il nesso, queste le parole di Mario Fraschetti direttore artistico del Teatro Studio: “Le rappresentazioni assorbono il fascino dello spazio in cui si svolgono e lo restituiscono amplificato allo spettatore, dando suono alle tracce lasciate dai carri, in una sospensione temporale dove passato e futuro si esprimono nell’unica vera categoria: un infinito presente. Ma i «santuari» archeologici e naturali – aggiunge Fraschetti – devono essere usati con grande sensibilità e rispetto e per questo non tutte le performance artistiche possono essere ospitate: solo interventi direttamente ispirati da questi luoghi possono dare un senso di continuità e di vita alle pietre.”
La pratica bioregionalista, basata sull’autosufficienza, che riporta la propria economia nell’equilibrio del proprio luogo, che rende espliciti e consapevoli i passaggi per cui ci procuriamo cibo, energia, calore, trasporti e vestiti e ci libera dalle responsabilità dello sfruttamento insensato di metalli, piante, animali e persone in posti e attraverso modi a noi sconosciuti, ha bisogno di varie fonti di ispirazione.
Il 10 luglio 2009, l’amministrazione comunale di Roccastrada (GR), ha promosso la realizzazione dello spettacolo “Frammenti” del Teatro Studio presso i ruderi di Sassoforte in loc. Sassofortino, ho dunque intrapreso il viaggio per assistere allo spettacolo. Dopo una tortuosa strada asfaltata, ho chiesto informazioni ad alcuni abitanti che mi hanno risposto in modo scoraggiante, sicuramente non informati dell’evento imminente: “Sassoforte!? e dove vuole arrivare? Ma è lontano! Stia attenta a non perdersi.” Lasciato l’asfalto ho percorso in auto un altro tratto di sterrato a ridosso di un’aspra collina, per fortuna non mi sono persa, ho invece trovato un gruppo di persone impegnate nella mia stessa ricerca. Parcheggiata l’auto ho proseguito a piedi  – qualcuno ha approfittato di un passaggio in jeep – per una ripida stradina che si apriva in un bosco fitto, ombroso di castagni maestosi, pietre e felci. Impossibile non soffermarsi ad ammirarne la bellezza, ascoltarne i fruscii.
Giunta al termine della via percorribile in jeep, si addensava un folto gruppo di persone che lentamente andava ad aumentare. Rimaneva uno stretto sentiero e quando abbiamo udito i canti e le musiche ci siamo incamminati insieme. Non potevo credere che fosse presente, in un luogo tanto isolato e disperso, un tale numero di persone e tanto eterogeneo in età e provenienza sociale. Ci siamo seduti su pietre coperte di muschio per assistere al primo quadro “Gente in cammino” che attinge a Erodoto ed alla iconografia etrusca. “LA TERRA PRIMA DI TUTTO” ha esordito lo spettacolo e da lì è iniziato un viaggio nello spazio e nel tempo. Massi enormi ci osservavano con severità. Noi abbiamo camminato sentendo lo scricchiolare dei rami secchi sotto i nostri piedi, incontrando i resti dell’antico castello, gli alberi e le voci della foresta e della storia. Un paesaggio incantato dalle infinite pieghe dimensionali, un respiro denso di sacralità ci hanno condotto fino alla conclusione: “Il monte è incolto. Queste alture sono tutte così: basta un nonnulla e la campagna diventa la stessa di quando queste cose accadevano. Basta un colle, una vetta, una costa, e l’incredibile spicco delle cose nell’aria tocca il cuore. Questi luoghi hanno nomi per sempre. Non rimane che l’erba sotto al cielo. Eppure, l’alito del vento dà al ricordo più fragore di una bufera dentro al bosco. Non c’è vuoto né attesa. Quel che è stato è per sempre.”
Non mi soffermo sulla bravura di singoli attori ed attrici che ci hanno condotto nel viaggio con temerarietà e tenerezza, loro si sono espressi in un insieme corale esaltando le doti di ognuno, interagendo insieme agli altri protagonisti: le pietre, le piante, le ombre, i lampi di cielo, il danzare del vento, la luce che filtrava tra le fronde.
Al ritorno, le lucciole.

CASSANDRA di Serenella Bischi

CASSANDRA

di Serenella Bischi

“Temevo il peggio, non perché intuivo il piano dei greci mossa dopo mossa, ma perché vedevo l’incontrollata baldanza dei troiani” (C. WOLF, Cassandra, Edizioni e/o, Roma 1990, pp. 168-69). Le parole che Christa Wolf fa pronunciare alla sua Cassandra potrebbero benissimo, a nostro avviso, fungere da sintesi del messaggio che emerge dalla Cassandra del Teatro Studio.

spettacolo teatrale da RistosUn allestimento, come sempre, straordinariamente capace di cogliere gli aspetti essenziali, perennemente attuali del mito, ancora una volta riportato in vita tra i resti del nostro passato, a riempire i vuoti lasciati dalla caduta delle pietre, dal tempo e dall’oblio, per ricostruire, come in una progressiva elaborazione virtuale, l’intero del nostro patrimonio di memoria storica e di funzioni archetipe. La prospettiva da cui si sceglie di ricostruire questa interezza perduta è sempre estremamente convincente nei lavori del Teatro Studio: parla del nostro presente e della nostra storia direttamente alla nostra concretezza di spettatori, chiamati in causa ciascuno individualmente, resi partecipi di un rito ricostruttivo e celebrativo qual è, nei suoi momenti più alti, il teatro. Ne è testimone la religiosa attenzione del pubblico, la sua presenza totale, oseremmo dire in corpore et anima, mente e cuore, che sempre accompagna le rappresentazioni della compagnia di Mario Fraschetti. La distanza tra il pubblico e la scena è come annullata sin dall’inizio: turisti si aggirano tra le rovine del sito archeologico, si confondono tra il pubblico e lo immettono, man mano, direttamente nella dimensione del narrato. Così, è rappresentata (spesso con un’ironia capace di suscitare quel riso liberatorio che è riconoscimento di sé) ed entra a far parte del gioco anche la nostra identità e presenza di turisti spettatori, tanto che ti ritrovi in maniera del tutto naturale trasportato nello spazio e nel tempo, ad assistere da compartecipe e coevo ai tragici fatti narrati.

Attualità e mito, quindi, si sovrappongono ancora, vengono a coincidere nei punti in cui la realtà tocca la propria essenza, e ognuna delle due dimensioni, quella mitologica e quella del presente storico, è letta alla luce dell’altra, ne è come attraversata e perforata in un crescendo di momenti epifanici che ci conduce in maniera naturale ad una ristabilita dimensione di onnipresenza e totalità. E, ancora una volta, così come accadeva nelle Baccanti, sono i personaggi femminili il tramite di questa apertura della coscienza che squarcia il velo verso il passaggio all’oltre, a quella “trascendenza” troppo spesso fraintesa come alterità e distanza, non essendo, al contrario, che suscettibilità di valore altro rispetto a quello che il limite della coscienza ordinaria attribuisce alle cose. E’ grazie a questa prospettiva di annientamento delle distanze e del tempo che è possibile “leggere il futuro”: la preveggenza di Cassandra non è che denuncia di realtà già in atto ( “Siatemi testimoni che sulla stessa traccia intuisco il futuro e mali accaduti in tempi remoti”). Denuncia non a caso inascoltata da chi è ancora schiavo di una lettura dicotomica del reale, quella lettura che – per richiamare ancora la Cassandra di Christa Wolf – impedisce di vedere che occorre “combattere il male prima, quando ancora non si chiama guerra” e che “tra uccidere e morire, c’è una terza via, vivere” (C. WOLF, op. cit., p. 131 e p. 147). Una lettura che rimanda costantemente e irresponsabilmente ad altri (agli Dei così come al fato) le cause dei propri mali (“ ognuno dentro sé ha una Cassandra – dice la turista al suo compagno – l’intuito che ti mette in guardia…poi la ragione molte volte ci impedisce di seguirne le indicazioni”).

La donna (o, se vogliamo, quell’aspetto recettivo e intuitivo storicamente appannaggio del femminile), dicevamo, come potente canale di comunicazione, in ultima analisi, con la nostra stessa natura, che è la natura di tutte le cose. Quella natura assieme a lei costantemente ridotta in negativo, demonizzata ed esorcizzata da secoli di una cultura che, come Fraschetti fa dire ancora alla sua Alessandra-Cassandra, perde il senso del tutto nella quasi esclusiva attenzione alle parti, in definitiva, nel suo rifiuto di ascolto delle cose: “ Voi uomini guardate solo l’aspetto parziale delle cose, la parte illuminata, mentre quella in ombra vi è invisibile”.

Non a caso il viaggio “a ritroso” o in profondo, nell’ombra di quelle parti oscure da cui pare costantemente voler fuggire la coscienza ordinaria, inizia con uno “straniamento”, con quel punto “di grazia” in cui la totalità ci invade azzerando ogni ordinaria percezione di sé e del mondo, facendoci guardare alla realtà con occhi nuovi (assieme alla visitatrice Alessandra-Cassandra, non sappiamo più dove realmente siamo, che luogo sia questo e come ci siamo arrivati). E il viaggio, l’inizio stesso del racconto, sembra poter partire solo da questa sorta di azzeramento delle proprie convinzioni, di ciò che fin qui siamo stati e crediamo di essere. E’ solo in questo vuoto di sé che possono trovare spazio la visione e la profezia.

Così, il sovrapporsi del piano della narrazione mitica a quello del racconto scenico che gli fa da iniziale pretesto (i turisti in visita al sito archeologico) avviene attraverso un’”identificazione-sdoppiamento” della figura femminile guida. Sdoppiamento che progressivamente, nel corso della rappresentazione, diverrà un crescendo di vera e propria corale “moltiplicazione scenica” di Cassandre. Tutte a ricordarci che, per chiunque voglia davvero leggerli, passato, presente e futuro sono un libro aperto.

Ci piace questo “teatro povero” ricchissimo di senso, di inventiva e di fisicità, di suoni evocativi (bellissima la vocalità), di gesti plastici ma strettamente funzionali, dove spazio e narrazione si legano indissolubilmente, sembrano organicamente germinare l’una dall’altro, e dove ogni oggetto scenico (fino al più scarnamente emblematico, come gli stracci sottili dipinti con chiazze di rosso e furiosamente sparpagliati al vento: inequivocabilmente il massacro dei figli di Tieste da parte del fratello Atreo) non ha bisogno di essere spiegato, è evidente e apparentemente insostituibile nella sua funzionalità.

ELENA

ELENA

Elena simbolo di una bellezza pura, simile alle dee immortali, inafferrabile, oscura, difficile fragile e temibile, desiderata da ogni uomo. Provoca passione, lussuria, turbamento, gelosia, violenza. Doctor Faust chiede al demonio di poter possedere proprio la bella Elena. Fra i tipi femminili giuntici dall’antichità Elena è forse la figura più complessa. Essa ha in sé maschere contrastanti, e gli scrittori che ne hanno tramandato l’immagine inseguono ognuno una di queste maschere.

Il lavoro del Teatro Studio percorre differenti autori, gli arcaici Omero ed Euripide, i moderni Hofmannsthal, Ritsos.

La figura nasce nel mito e diviene umana. La sintesi, la risposta alla domanda “Elena chi è?” è lasciata allo spettatore.

testi elaborati e scritti, regia Mario Fraschetti

regia dei movimenti dei “ricordi” Laura Bambi

interpreti: Daniela Marretti, Luca Pierini, Lia Montanelli, Enrica Pistolesi, Silvia Schiavoni, Mirio Tozzini

Il cibo degli dei

“Il Cibo degli Dei”

è una lettura di testi legati alla cosmogonia (Esiodo, Omero, Apollodoro, Ovidio, Epimenide di Creta, Diodorosiculo). In questa lettura vengono messi in risalto i cibi più antichi conosciuti dall’uomo e gli scontri per ottenere il potere divino, e fornisce elementi molteplici di ampliamento e di discussione. La lettura prevede la interazione con il pubblico, interazione che varia secondo le fasce di età, rendendo il testo piacevole e comprensibile.

La lettura avvicina il pubblico alla comprensione del messaggio che attraverso la mitologia gli antichi volevano trasmettere: la comprensione del proprio essere integrato dentro il “sistema società”.

Consideriamo il mito come qualco­sa di contrapposto al vero, una sorta di “favola”; per le società arcai­che: il mito, per sua stessa natura, era vero, espressione della verità as­soluta, perché raccontava una storia sacra avvenuta in un tempo di­verso da quello quotidiano, nel tempo sacro degli inizi. Il mito è un mezzo per esprimere concetti troppo complicati o misteri e fenomeni, quali l’origine dell’uomo, la morte, eventi naturali a cui non si riesce a dare una spiegazione e per questo motivo il mito è strettamente legato alla religiosità.

Rivolgersi alla mitologia significa anche tentare di comprendere il pensiero dell’uomo oltre le mode e le società.

Cassandra a Vetulonia

Le profezie di Cassandra riecheggiano  fra le vestigia dell’antica Vetulonia.

Torna, sabato 28 luglio, l’appuntamento estivo con il nuovo spettacolo del

Teatro Studio.

 

Saranno gli affascinanti  resti etrusco-romani dell’antica  Vetulonia a fare da scenario a “Cassandra”, il  nuovo spettacolo che il Teatro Studio presenterà in prima assoluta sabato 28 luglio alle ore 19.

Ancora un ritorno alla mitologia greca, ancora una protagonista femminile. Dopo Medea, ad incantare  il gruppo teatrale grossetano, guidato da Mario Fraschetti,   è questa volta Cassandra,  l’ enigmatica e misteriosa figlia del re di Troia, perseguitata da un crudele destino. Apollo, conquistato dalla sua bellezza, le dona infatti la capacità di prevedere il futuro, ma Cassandra respinge il suo amore e il dio, condannandola a non essere mai più creduta, si vendica di lei trasformando il dono della profezia in una fonte di eterna frustrazione.

La rappresentazione inizia in ambientazione attuale, i personaggi vengono risucchiati in un tempo remoto, in una dimensione in cui realtà e immaginazione si confondono, in cui passato e presente si mescolano. Giunta al termine della sua vita, Cassandra ha visioni caleidoscopiche dei principali eventi del suo passato.“I tuoi occhi vedono quello che credi di sapere, e per questo le cose sono ingannevoli, ma il loro spirito no, non inganna…”

La drammaturgia, messa in scena dal regista Mario Fraschetti e da Daniela Marretti (che ha collaborato alla rielaborazione dei testi), si lega all’Agamennone di Eschilo e ad altre fonti antiche (Euripide Ecuba, Licofrone Alessandra ed altri), con richiami all’opera di C. Wolf e  si muove per episodi, flash, impressioni, momenti, situazioni che vogliono evocare domande e confermare analogie con il presente.

In una totale libertà di interpretazione del mito,  il lavoro del Teatro Studio mette in luce i grandi errori dell’umanità -  quello della guerra in primo luogo -  e coglie la capacità di cercare, di vedere, di gridare la verità e al tempo stesso l’impossibilità di incidere sugli eventi: così come la città di Cassandra, l’umano genere “sostituisce al vedere il vero, il vedere la finzione”.

 

Elaborazione del testo e regia: Mario Fraschetti

Interpreti: Daniela Marretti, Luca Pierini, Enrica Pistolesi, Mirio Tozzini, Lia Montanelli, Silvia Schiavoni

Medea

Cerimonia nella Colchide

 

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Medea invoca il Sole

 

 

 

 

 

 

 

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Giasone e Medea in Colchide

 

 

 

 

 

 

 

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Due argonauti

 

 

 

 

 

 

 

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Il grano si fertilizza con il sangue

 

 

 

 

 

 

 

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Medea incontra lo straniero

 

 

 

 

 

 

 

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Una tela di ragno intorno a Creonte

 

 

 

 

 

 

 

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Giasone a Corinto

 

 

 

 

 

 

 

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Brucia Glauce con Creonte

 

 

 

 

 

 

 

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Potrebbe Medea uccidere i figli?

 

 

 

 

 

 

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Il ricordo di una Medea del passato prende corpo

 

 

 

 

 

 

 

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Ascoltate i miei piani donne di Corinto

 

 

 

 

 

 

 

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Non fu Medea che li uccise

 

 

 

 

 

 

 

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Il cuore di Medea ribolle di collera

 

 

 

 

 

 

 

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Medea e Glauce: “Non temere piccola mia”

 

 

 

 

 

 

 

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Non avesse mai Giasone raggiunto la Colchide

 

 

 

 

 

 

 

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Giuro che mai ti abbandonerò

 

 

 

 

 

 

 

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Il musicista Paolo Sturmann

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